Alzheimer, sperimentato per la prima volta un pacemaker cerebrale

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Alzheimer, sperimentato per la prima volta un pacemaker cerebrale

25/05/2018

Grazie a un differente approccio al trattamento della malattia, un gruppo di ricercatori presso la Ohio State University ha condotto uno studio mirato a rallentare il declino cognitivo che accompagna la progressione della malattia di Alzheimer. Nello studio pubblicato su Journal of Alzheimer’s Disease si descrive il primo tentativo di aiutare i pazienti grazie a un impianto cerebrale simile al pacemaker.

La procedura chirurgica consiste nel connettere al lobo frontale dei fili elettrici per capire se il pacemaker cerebrale può in qualche modo migliorare le funzioni cognitive e comportamentali dei pazienti. La procedura è nota come deep brain stimulation (stimolazione cerebrale profonda) ed è utilizzata per il trattamento dei disturbi ossessivo-compulsivi e la malattia di Parkinson.

Quasi tutti i trattamenti disponibili per l’Alzheimer, malattia per la quale non esiste cura, sono orientati a preservare il più possibile la memoria dei pazienti, spiegano i ricercatori. Tuttavia, «non c’è nulla che aiuti a migliorare la loro capacità di giudizio, di prendere decisioni e di concentrarsi senza distrazioni. Si tratta di capacità necessarie alla quotidianità e alle relazioni sociali», ha dichiarato Douglas Scharre, uno degli autori del progetto.

Il ricercatore spiega che la stimolazione del lobo frontale (la regione del cervello preposta alla risoluzione di problemi, all’organizzazione e alla pianificazione) è in grado di rallentare il declino cognitivo dei pazienti. Lo studio ha confermato tale ipotesi, evidenziando una riduzione nel declino tipicamente osservato nei pazienti ai primi stadi della malattia.

La stimolazione cerebrale profonda è stata sperimentata su tre pazienti, con risultati molto incoraggianti. LaVonne Moore, una donna ottantacinquenne dell’Ohio, ha recuperato dopo due anni di terapia la capacità di preparare un pasto in modo indipendente, oltre a riuscire a organizzare un’uscita pianificata e scegliere come vestirsi, spiegano i ricercatori.

Gli scienziati vorrebbero ora concentrarsi su altri metodi non chirurgici (e quindi meno invasivi) per garantire la stimolazione del lobo frontale.

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