USA: ricercatrice italiana scopre una nuova proteina legata allo stress

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USA: ricercatrice italiana scopre una nuova proteina legata allo stress

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USA: ricercatrice italiana scopre una nuova proteina legata allo stress

27/07/2018

Uno studio condotto dal Massachusetts General Hospital, pubblicato di recente su Cell Reports, ha rivelato il ruolo centrale svolto da una proteina nei meccanismi cerebrali di risposta allo stress. Secondo quanto emerso nella sperimentazione, condotta in vivo su cavie da laboratorio, se la proteina viene bloccata prima di indurre stress si proteggono i neuroni dai danni derivati e si può influenzare il comportamento degli animali. La scoperta potrebbe avere ripercussioni positive nel trattamento di depressione e sindrome da stress post-traumatico.

La proteina in questione (Klf9, dall’inglese Kruppel-like factor 9) agisce nell’ippocampo, nello specifico sulla connettività dei neuroni e sulle reazioni alla paura. Maura Boldrini, ricercatrice italiana presso la Columbia University, ha coordinato uno studio parallelo, nel quale è emerso che la proteina è presente a livelli elevati nelle donne affette da sindromi depressive o che sono state esposte a eventi particolarmente traumatici.

La struttura dell’ippocampo, nel quale vengono codificati i ricordi, può essere modificata dai glucocorticoidi, ormoni che possono essere rilasciati quando si è esposti a eventi traumatici o stressanti. Queste alterazioni a carico dell’ippocampo riguardano soprattutto le spine dendritiche, protuberanze dei neuroni preposte a ricevere e trasmettere segnali dalle cellule vicine, e sono state riscontrate nelle persone colpite da sindrome da stress post-traumatico, nella quale il cervello non è più in grado di processare in maniera corretta i ricordi stressanti e può perciò generare reazioni di panico a stimoli innocui.

Studi precedenti avevano già indicato Klf9 come potenziale sospetto nell’ambito di stress e depressione: i ricercatori hanno quindi voluto approfondire il ruolo della proteina in questo campo, mettendo sotto stress un gruppo di roditori e registrando un picco nell’attività della proteina, stabilizzatosi una volta che lo stress è diventato cronico, dopo dieci giorni di test.

I due metodi utilizzati per indurre stress hanno causato risposte differenti e specifiche per genere: i roditori maschi hanno reagito con spavento in maniera indiscriminata dopo cinque settimane di trattamento a base di glucocorticoidi, mentre le femmine hanno reagito in modo più intenso a una situazione di stress cronico e prolungato. Intervenendo in anticipo sulla proteina Klf9, i ricercatori hanno potuto osservare l’assenza di queste reazioni e anche la mancata alterazione delle spine dendritiche: tali condizioni non si verificano se sulla proteina si interviene dopo l’induzione dello stress.

Lo studio parallelo della Columbia condotto da Maura Boldrini ha analizzato tessuti provenienti da dodici pazienti deceduti all’improvviso. I pazienti, dieci dei quali morti per suicidio, erano affetti da depressione, avevano avuto esperienze traumatiche recenti e non seguivano terapie per la loro condizione. Dagli studi è emerso che l’espressione della proteina Klf9 è più intensa nelle donne rispetto agli uomini, in maniera direttamente proporzionale alla gravità dell’evento traumatico.

È risaputo che le donne sono maggiormente esposte rispetto agli uomini a depressione e sindrome da stress post-traumatico, ma è la prima volta che si approfondisce quanto accade a livello molecolare, come spiegano i coordinatori dello studio: «Il nostro studio inizia a chiarire il ruolo di Klf9 sui circuiti neuronali», spiegano. Gli studi futuri aiuteranno a chiarire ulteriormente il comportamento di questa proteina e a capire se possa essere l’obiettivo di nuove terapie per la gestione dello stress.

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