Fibrosi polmonare: allo studio nuovo potenziale obiettivo terapeutico

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Fibrosi polmonare: allo studio nuovo potenziale obiettivo terapeutico

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Fibrosi polmonare: allo studio nuovo potenziale obiettivo terapeutico

31/07/2017

Un gruppo di ricerca della statunitense Northwestern University ha scoperto un coinvolgimento del sistema immunitario nella fibrosi polmonare, patologia dagli esiti fatali per la quale allo stato attuale non esiste un trattamento efficace.

Secondo i ricercatori, il cui studio è stato pubblicato su The Journal of Experimental Medicine, una specifica categoria di cellule immunitarie potrebbe essere sfruttata come obiettivo terapeutico.

La scoperta smentisce l’ipotesi più accreditata in campo scientifico, secondo la quale il sistema immunitario non avrebbe un ruolo nello sviluppo della patologia.

Il programma di ricerca della Northwestern sulla sclerodermia, patologia autoimmune molto simile alla fibrosi polmonare, suggerisce l’ipotesi opposta.

Per verificarla, gli scienziati hanno fatto ricorso a tecnologie di sequenziamento genetico di nuova concezione e a modelli animali della patologia, per tracciare il comportamento delle cellule immunitarie nella progressione della malattia.

Gli stessi strumenti sono stati utilizzati per correlare quanto emerso dagli studi in vivo con campioni di tessuto derivati dai pazienti.

Il fattore chiave nello sviluppo della malattia sembrerebbe riconducibile a una specifica tipologia di cellule immunitarie, i macrofagi alveolari derivati dai monociti.

Nel modello animale della fibrosi polmonare, la rimozione per via genetica di queste cellule ha impedito alla malattia di manifestarsi.

Si tratta di una scoperta molto importante per la lotta contro la fibrosi polmonare: «Si tratta di una patologia complessa, che non è caratterizzata da un singolo gene o una singola tipologia di cellule», riferiscono gli scienziati, «ma lo studio dimostra che queste cellule immunitarie giocano un ruolo chiave. Questo cambierà il paradigma attuale».

L’impatto sullo sviluppo di future terapie è importantissimo: prendere di mira queste cellule, infatti, potrebbe diminuire gli effetti collaterali legati alla terapia. «Queste cellule», spiegano i ricercatori, «non sono strettamente necessarie per le normali funzioni dell’organismo o per scopi di sviluppo».

L’uso di queste nuove tecnologie genetiche, inoltre, costituisce una nuova risorsa per medici e pazienti, favorendo approcci personalizzati per la terapia. Il team di ricerca sta già applicando queste tecnologie per esaminare non solo i polmoni dei pazienti affetti da fibrosi, ma anche la pelle nella sclerodermia e le articolazioni nell’artrite reumatoide, allo scopo di identificare potenziali meccanismi immunitari simili.

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