Melanoma, una nuova frontiera dell’immunoterapia: il trapianto di linfociti

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Melanoma, una nuova frontiera dell’immunoterapia: il trapianto di linfociti

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Melanoma, una nuova frontiera dell’immunoterapia: il trapianto di linfociti

26/05/2016

Nuova scoperta nel campo dell’immunoterapia oncologica: i ricercatori del Netherlands Cancer Institute e dell’Università di Oslo hanno dimostrato che, anche laddove il proprio sistema immunitario non riuscisse a riconoscere e combattere il tumore, potrebbe riuscire il sistema immunitario di qualcun altro.

I risultati dello studio sono stati pubblicati nei giorni scorsi su Science.

La ricerca dimostra che l’aggiunta di DNA mutato, derivato da cellule tumorali, alle cellule immunitarie prelevate da donatori sani, scatena una risposta immunitaria. Trasferendole nei pazienti, queste fanno sì che il sistema immunitario ospite riconosca il tumore e lo combatta.

L’immunoterapia oncologica è un campo di ricerca in rapidissima espansione, e si occupa di mettere a punto tecnologie in grado di aiutare il sistema immunitario del paziente a combattere il tumore.

Esistono diversi fattori che possono impedire al sistema immunitario di tenere sotto controllo le cellule tumorali.

In primo luogo, l’attività dei linfociti è controllata da parecchi “freni” che interferiscono con la loro attività, e sono in fase di sperimentazione diverse terapie in grado di disattivare questi freni.

In secondo luogo, in alcuni pazienti il sistema immunitario non riesce nemmeno a riconoscere le cellule tumorali come estranee.

Johanna Olweus

La ricercatrice Johanna Olweus

Il riconoscimento delle cellule anomale è responsabilità dei linfociti T, che controllano la superficie di tutte le cellule del corpo, comprese quelle tumorali, alla ricerca di frammenti proteici “fuori posto”. Quando vengono riconosciuti questi frammenti estranei, i linfociti T distruggono la cellula anomala.

Le cellule tumorali ospitano proteine difettose, e possono mostrare dei frammenti (detti neo-antigeni) sulla loro superficie, proprio come le cellule infettate da un virus mostrano frammenti di proteine virali.

I ricercatori hanno voluto perciò verificare se linfociti T “presi in prestito” fossero in grado di riconoscere come tali le cellule tumorali di un paziente.

Lo studio si è concentrato su tre pazienti affetti da melanoma: sono stati mappati tutti i possibili neo-antigeni presenti sulla superficie delle cellule tumorali, e si è verificato quanti di essi fossero riconosciuti dai propri linfociti T, oppure da quelli derivati da donatori sani.

Questi ultimi sono stati in grado di trovare molti più antigeni rispetto a quelli trovati dai linfociti propri dei pazienti.

«Questo ci dimostra che, in un certo senso, la risposta immunitaria dei pazienti può essere rafforzata; nelle cellule tumorali esistono diversi punti deboli che possiamo sfruttare», ha dichiarato Ton Schumacher, che insieme a Johanna Olweus ha coordinato la ricerca.

I ricercatori contano di poter identificare i donatori più appropriati e sfruttare i recettori presenti sui loro linfociti per modificare geneticamente quelli del paziente.

C’è ancora molto lavoro da fare prima che i pazienti possano beneficiare di questa scoperta: i ricercatori stanno lavorando, al momento, su metodi che possano aumentare l’efficacia della procedura. Comunque, Johanna Olweus ritiene che i risultati siano «molto promettenti, e mostrano che si può ottenere un’immunità specifica per i tumori a partire dal sangue di individui sani».

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