USA, primi test positivi per una nuova forma di immunoterapia oncologica

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USA, primi test positivi per una nuova forma di immunoterapia oncologica

tumore del seno

USA, primi test positivi per una nuova forma di immunoterapia oncologica

29/10/2018

L’immunoterapia oncologica, finora più efficace contro linfomi e leucemia rispetto ai tumori solidi come quello del seno o del polmone, potrebbe funzionare ancora meglio grazie a una nuova strategia messa a punto da un gruppo di ricerca presso il Massachusetts Institute of Technology (MIT) di Boston.

Il nuovo approccio ricorre alla nanotecnologia per “armare” i linfociti con un farmaco stimolante, ed è stato testato con successo sui topi, più della metà dei quali ha visto sparire completamente il tumore senza effetti collaterali gravi. I risultati della sperimentazione sono stati riportati nei giorni scorsi da Nature Biotechnology.

«L’idea generale è di far crescere un ampio numero di linfociti T specifici per il tumore e somministrarli per infusione al paziente», spiegano i ricercatori. Per ottenere questo risultato gli scienziati possono ricorrere a due metodi: prelevare i linfociti da una biopsia, moltiplicarli in coltura e somministrarli al paziente, oppure prelevarli direttamente dal sangue e alterarli geneticamente (per far sì che riconoscano il tumore) oppure esporli alla proteina tumorale corretta nella speranza che si attivino in autonomia.

Tali metodi si sono rivelati efficaci contro linfomi e leucemie, ma la risposta immunitaria contro i tumori solidi rimane debole. Il tentativo di aggirare l’ostacolo iniettando citochine (farmaci stimolanti del sistema immunitario) si è scontrato con l’insorgenza di effetti collaterali gravi. In questa maniera, infatti, tutti i linfociti sono stimolati e questo accresce il rischio di infiammazioni, limitando il dosaggio sicuro per il paziente.

Nel 2010 è stato fatto un primo tentativo per superare questo problema, attraverso il ricorso ai liposomi, piccole sfere che possono racchiudere e trasportare le citochine rilasciandole al momento opportuno. Anche questo approccio si è tuttavia rivelato parzialmente fallimentare: i liposomi possono trasportare solo piccole quantità di farmaco e tendono a rilasciarlo non appena i linfociti vengono introdotti nell’organismo.

Con questa nuova tecnica, i ricercatori hanno creato una nanoparticella in grado di trasportare una quantità di farmaco 100 volte superiore e di trattenerlo fino al momento in cui i linfociti raggiungono il tumore. Il gel di cui è composto la nanoparticella inizia infatti a dissolversi in reazione a specifiche alterazioni chimiche che avvengono quando i linfociti si avvicinano a una massa tumorale.

La sperimentazione animale ha dato risultati particolarmente incoraggianti: il 60% dei topi trattati è completamente guarito dopo una serie di trattamenti. Test in vitro, condotti su colture cellulari di glioblastoma, hanno evidenziato un’efficacia superiore alla media per i linfociti T “armati” dalla nanoparticella.

I ricercatori sono già al lavoro per avviare i primi test clinici su esseri umani, e contano di applicare la stessa strategia su qualunque tipologia di tumore, dando per scontato di conoscere l’obiettivo e programmare i linfociti di conseguenza, possibilmente anche con citochine più efficaci di quelle già testate.

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