Tumore della tiroide: disponibile anche in Italia nuovo farmaco per le forme aggressive

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Tumore della tiroide: disponibile anche in Italia nuovo farmaco per le forme aggressive

tumore della tiroide

Tumore della tiroide: disponibile anche in Italia nuovo farmaco per le forme aggressive

24/10/2016

Colpisce soprattutto persone in età lavorativa, fra i 40 e i 50 anni. Nel 2016 in Italia sono stimati 15.300 nuovi casi di tumore della tiroide (11.000 donne e 4.300 uomini), in costante aumento.

Le guarigioni sono elevate, superiori al 90%. Ma per una forma particolare, il carcinoma tiroideo differenziato e refrattario allo iodio radioattivo, finora non erano disponibili nuovi farmaci attivi.

Oggi una molecola innovativa, lenvatinib, può rappresentare una svolta nel trattamento di questi pazienti perché presenta un efficace controllo di malattia. Alle nuove opportunità di cura contro questa neoplasia è dedicato il convegno nazionale “The First Thoughts in Thyroid Cancer” che si è tenuto venerdì scorso a Milano.

L’incremento annuo (2002-2016) di questa neoplasia fra le donne è stato del 3,8%, fra gli uomini dell’1,4%.

«Nelle donne under 50 è il secondo tumore più frequente dopo quello del seno e si colloca al quarto posto fra tutte le neoplasie femminili, dopo mammella, colon-retto e polmone – afferma Andrea Lenzi, presidente SIE (Società Italiana di Endocrinologia).

Fra i fattori di rischio principali il gozzo, caratterizzato da numerosi noduli della tiroide dovuti a carenza di iodio, condizione che interessa 6 milioni di italiani, il 10% della popolazione.

«Una possibile spiegazione dell’aumento di questa neoplasia è offerta dall’accuratezza e diffusione dei moderni mezzi diagnostici, ecografia e risonanza magnetica da un lato, analisi di biologia molecolare e indagini citologiche dall’altro» aggiunge l’esperto.

Queste tecniche consentono di individuare il tumore in fase molto precoce. L’aumento del numero dei casi può essere ricondotto anche all’epigenetica, cioè all’impatto dei fattori ambientali che possono provocare mutazioni genetiche.

La collaborazione fra oncologi e endocrinologi è siglata nelle linee guida AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) sulla patologia che gli specialisti hanno elaborato insieme e che saranno presentate al Congresso nazionale AIOM dal 28 al 30 ottobre a Roma.

«Per la gestione è indispensabile il lavoro di équipe di vari specialisti: endocrinologo, oncologo, radiologo, anatomo-patologo, chirurgo e medico nucleare – spiega Carmine Pinto, presidente nazionale AIOM.

La chirurgia è il trattamento principale. In generale, è necessaria l’asportazione di tutta la tiroide anche se in casi selezionati l’intervento può interessare un solo lobo della ghiandola. «Negli ultimi anni le nuove conoscenze scientifiche stanno spingendo verso una chirurgia meno invasiva e personalizzata sul singolo paziente. Dopo l’asportazione della tiroide, il paziente deve assumere quotidianamente l’ormone sintetico che sostituisce la funzione mancante. Per il carcinoma differenziato della tiroide in stadio avanzato, refrattario al trattamento radiometabolico con iodio radioattivo, finora non avevamo in Italia farmaci efficaci con questa indicazione registrativa. La disponibilità per la prima volta di un farmaco attivo costituisce un vero punto di svolta» aggiunge l’oncologo.

I risultati dello studio Select hanno evidenziato i benefici di lenvatinib. Sono stati coinvolti 392 pazienti con carcinoma tiroideo differenziato e refrattario allo iodio radioattivo in fase avanzata in oltre 100 centri in Europa, Nord e Sud America e Asia.

«L’Italia – continua Rossella Elisei, professore associato di Endocrinologia all’Università di Pisa e responsabile del centro coordinatore italiano – ha avuto un ruolo molto importante perché è stato uno dei Paesi che ha arruolato il maggior numero di pazienti. Lo studio ha dimostrato un importante prolungamento della sopravvivenza libera da progressione, con un valore mediano di 18,3 mesi rispetto ai 3,6 mesi del placebo. Il vantaggio è stato di 14,7 mesi. Inoltre lenvatinib ha migliorato significativamente il tasso di risposta (64,8% vs 1,5%). La nuova molecola ferma la crescita della malattia, con una notevole riduzione delle metastasi, e il paziente può avere una buona qualità di vita. Nelle ultime analisi dei dati raccolti con lo studio si è visto che in alcuni sottogruppi il farmaco aumenta la sopravvivenza, in particolare nelle persone di età più avanzata e con la forma follicolare».

A luglio 2016 l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha stabilito la rimborsabilità di lenvatinib garantendo la disponibilità di questa terapia ai pazienti nel nostro Paese.

«Il sistema sanitario dovrebbe garantire sempre a tutti l’accesso ai trattamenti efficaci – spiega Sebastiano Filetti, preside della facoltà di Medicina all’Università La Sapienza di Roma e membro della Commissione Tecnico Scientifica dell’AIFA.

«È necessario attivare percorsi appropriati sulla base di dati aggiornati utilizzando le risorse in modo razionale evitando gli sprechi e rendendo disponibili i trattamenti più innovativi. L’Italian Thyroid Cancer Observatory (Itco), il primo osservatorio italiano sui noduli e sui tumori alla tiroide nato nel 2015, ha presentato i risultati di uno studio da cui è emerso che il 98% dei pazienti viene sottoposto a rimozione totale della tiroide e solo nel 2% dei casi viene eseguita la rimozione della sola parte interessata dalla neoplasia. Appropriatezza significa anche ridurre il numero degli interventi demolitivi non indicati. Con l’affermarsi della medicina di precisione, dopo la diagnosi sarà possibile eseguire una serie di indagini che ci forniranno maggiori informazioni sull’aggressività del tumore e sul tipo di intervento chirurgico da eseguire».

«I pazienti colpiti da tumore della tiroide dopo le terapie possono condurre una vita normale – conclude Anna Maria Biancifiori, Vice Presidente C.A.P.E. (Comitato Associazioni Pazienti Endocrini) – il ritorno alla quotidianità familiare e lavorativa è fondamentale per questi pazienti, di solito giovani e impegnati nell’attività professionale. È importante che il nuovo farmaco ora disponibile garantisca anche una buona qualità di vita».

Il tumore della tiroide

Il tumore della tiroide si forma nei tessuti della ghiandola tiroide, situata alla base della gola, accanto alla trachea.

Presenta un’incidenza maggiore nelle donne rispetto agli uomini, di solito in una fascia d’età compresa tra 40 e 50 anni al momento della diagnosi.

Il carcinoma tiroideo è la neoplasia endocrina più comune e le statistiche a livello mondiale rivelano che la sua incidenza è aumentata significativamente negli ultimi 50 anni.

I tumori più comuni della tiroide sono:

  • carcinoma papillare: è l’istotipo più frequente, spesso multifocale;
  • carcinoma follicolare: è prevalentemente unifocale;
  • carcinoma midollare: caratterizzato dalla presenza di numerose mitosi e positività immunoistochimica per calcitonina;
  • carcinoma indifferenziato/anaplastico.

L’insorgenza del carcinoma della tiroide, sia nelle forme papillari che follicolari, è legata a fattori di rischio ambientali, genetici, ormonali e alle loro interazioni. I fattori ambientali possono essere a loro volta distinti in genotossici e non genotossici.

La ghiandola tiroide, a causa dell’alta captazione dello iodio introdotto normalmente con l’alimentazione, risulta infatti un tessuto particolarmente suscettibile al danneggiamento del DNA (effetti genotossici) da iodio radioattivo: gli effetti non genotossici derivano dalla stimolazione ad opera dell’incremento del TSH a sua volta associato alla carenza di iodio (prodotta dall’ipofisi, TSH è la principale sostanza regolatrice dei due ormoni tiroidei, T4 e T3).

Le tipologie più diffuse di cancro alla tiroide, papillare e follicolare (comprese quelli a cellule di Hurthle), sono classificate come carcinomi tiroidei differenziati (DTC) e coprono circa il 90% di tutti i casi.

I casi rimanenti sono classificati come midollare (5-7% dei casi) o anaplastico (1-2% dei casi). Anche se molti di questi tumori sono curabili con interventi chirurgici e trattamenti di radioterapia allo iodio, la prognosi per i pazienti che non rispondono alla terapia è infausta.

Inoltre il trattamento per questa forma di cancro tiroideo difficile da curare, potenzialmente letale e refrattaria alle cure, presenta alternative limitate.

Sintomi del tumore della tiroide

Il sintomo più comune del tumore della tiroide è un nodulo isolato all’interno della ghiandola, che si sente tra le dita se si tocca il collo in corrispondenza dell’organo.

Non tutti i noduli tiroidei nascondono però forme di cancro, anzi: spesso sono il segno della cosiddetta iperplasia tiroidea, ovvero una forma benigna di crescita ghiandolare.

Si stima che meno del 5% dei noduli tiroidei nasconda effettivamente un tumore. I noduli possono essere più d’uno o il cancro può manifestarsi con una massa imponente a livello del collo, in corrispondenza della tiroide e dei relativi linfonodi.

Disturbi degli ormoni tiroidei come ipo o ipertiroidismo si manifestano solo nelle forme avanzate della malattia.

Fattori di rischio

Fra i fattori di rischio accertati c’è il cosiddetto gozzo, caratterizzato da numerosi noduli benigni della ghiandola dovuti a carenza di iodio che può in alcuni casi predisporre alla trasformazione maligna delle cellule.

Un altro fattore di rischio accertato è l’esposizione a radiazioni: il tumore della tiroide è più comune in persone che sono state trattate per altre forme tumorali con radioterapia sul collo oppure che sono state esposte a ricadute di materiale radioattivo (dopo l’esplosione delle bombe atomiche nella Seconda Guerra Mondiale e dopo il disastro della centrale atomica di Chernobyl).

Prevenzione

Poiché nelle aree dove il gozzo è endemico, per mancanza di iodio, vi è una maggior incidenza di neoplasie tiroidee, l’unica forma di prevenzione attuabile è quella di utilizzare sale iodato invece di quello normale per evitare la formazione di gozzi.

In queste aree infatti l’apporto di iodio con la dieta è insufficiente e l’uso del sale iodato è utile anche nella prevenzione dei disturbi benigni della tiroide.

Non è invece indicata alcuna forma di screening, perché si tratta di tumori rari e che spesso non danno problemi per lunghi anni. Potrebbe essere utile un controllo con ecografia della ghiandola nelle donne con più di 45 anni.

È però utile far palpare la ghiandola dal proprio medico almeno una volta l’anno per individuare eventuali formazioni nodulari.

 

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